Coronavirus, la Germania ha un problema con se stessa (di Paolo Valentino)

Ho un problema con la Germania.O forse la Germania ha un problema con se stessa. Nessuna polemica. Non è il momento. Le autorità tedesche stanno facendo tutto il necessario per affrontare l’emergenza Coronavirus e soprattutto per rallentare un’impennata dell’epidemia, che come spiega il bravo ministro della Sanità Jens Spahn, è destinata ad arrivare. Ed è sicuramente da lodare l’atteggiamento per nulla isterico, oscillante o schizofrenico, da vera forza tranquilla, che il governo federale sta tenendo in questi giorni di fronte al (per fortuna lento finora) dilagare dell’infezione. I tamponi vengono fatti a ritmo intenso, anche se non post mortem, il che forse farebbe scoprire che qualcuna delle 202 vittime dell’influenza dall’inizio di quest’anno potrebbe essere aggiunta alle 2 finora registrate da Coronavirus. I media da parte loro si comportano in modo impeccabile, dando tutte le notizie 24/7 senza nascondere nulla, ma anche senza toni apocalittici sulla situazione interna o su quella italiana per esempio. Eppure qualcosa mi sfugge. Perché a fronte di tanta Gründlichkeit (parola complessa per tradurre la quale meglio usarne due: profondità, scrupolosità) ci sono cose che mi lasciano basito. La prima: solo ieri il ministro Spahn ha evocato la possibilità di proibire ogni tipo di manifestazione con pubblico superiore a 1000 persone. Il problema è che non decide lui, federalismo oblige, ma i Länder e i Comuni. Il risultato è che solo la Baviera ha detto di volerlo fare, ma non lo ha ancora fatto. 

Nel resto del Paese sale da concerto,   dell’opera e di prosa, discoteche e quant’altro rimangono aperti, attivissimi e affollati. Anche se poi si scopre che a Berlino, è notizia di ieri, dei quasi 60 contagiati della capitale il 35% il virus se lo è preso in febbraio al disco club Trompete. Intanto si discetta sulla cifra di 1000: come ci si è arrivati? E’ bassa? E’ alta? In fondo, qualcuno suggerisce, 5 mila persone in uno stadio all’aria aperta hanno meno possibilità di infettarsi di 40 a un compleanno privato. Come diceva Tito Livio: dum Romae consulitur Saguntum expugnatur. Gli stadi e il calcio meritano un discorso a parte. La DFB, la Federcalcio tedesca, non ne vuol sapere di far giocare le partite a porte chiuse, tantomeno di interrompere il campionato. Sabato scorso ha fatto giocare l’incontro di Bundesliga di alta classifica, Mönchengladbach-Dortmund, davanti a 54 mila spettatori. Lo stadio è a una decina di chilometri da Heinsberg, la Codogno tedesca con il maggio numero assoluto di contagiati. A me pare una follia. Ma lo sport in Germania continua. Poi ci sono le scuole. Sono chiuse soltanto nel focolaio di Heinsberg, nel Nord Reno Vestfalia, il Land dove al momento si concentra quasi la metà dei casi tedeschi di Covid-19. Nel resto del Paese si decide caso per caso. E in tutti i Laender si registrano chiusure di istituti legate a casi sospetti o contagi confermati. Il problema è che quando si chiude una scuola per questa ragione, il danno è già fatto. Ma nessuno sembra neppure lontanamente immaginare una chiusura generale. In ambedue i casi, le manifestazioni pubbliche e le scuole, l’emergenza Coronavirus sembra scontrarsi con uno dei totem della Germania: il federalismo. Che tuttavia in questo caso, a mio modesto avviso, si sta rivelando ostacolo principale a una necessaria gestione centralizzata della crisi. La domanda è: quanta emergenza occorre perché anche a Berlino si rendano conto che forse stanno giocando col fuoco?

Paolo Valentino su Corriere.it


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